di Smeralda Nunnari
«La musica dovrebbe far scoccare fiamme dal cuore di un uomo, e far piovere lacrime dagli occhi di una donna.»
(Ludwig van Beethoven).
Il Rondò alla ingharese quasi un Capriccio in Sol maggiore, Op. 129, noto come Die Wut über den verlorenen Groschen (La rabbia per il soldo perduto sfogata in un Capriccio), è un’opera che si colloca in una posizione anomala ed affascinante all’interno del catalogo di Ludwig van Beethoven. Nonostante il suo elevato numero d’opera, che lo collocherebbe cronologicamente tra le sue ultime enigmatiche creazioni per pianoforte, la sua genesi storica e stilistica suggerisce un’origine molto diversa. Il brano, infatti, presenta un paradosso fondamentale: un’opera composta nella giovinezza del compositore, ma che ha acquisito la sua fama ed il suo status di capolavoro solo dopo la sua morte, in seguito ad un complesso intreccio di eventi editoriali e attribuzioni non autentiche.
Alcune fonti ascrivono all’editore Anton Diabelli l’aggiunta del celebre sottotitolo, Die Wut über den verlorenen Groschen, al titolo uscito dalla mano di Beethoven: Rondò alla ingharese quasi un Capriccio. Le stesse fonti rivelano che l’editore, dopo aver acquistato il manoscritto autografo all’asta dei beni beethoveniani, completa l’opera e la pubblica nel gennaio 1828, occultandone il suo stato d’incompletezza. Ma la genesi del titolo, che narra tutta la vivacità e la rabbia di un genio, che sta emergendo nella Vienna dell’epoca, capitale della musica, dopo il suo trasferimento da Bonn, viene tradizionalmente ricondotta, da altre fonti, all’impronta interpretativa di Anton Felix Schindler, primo biografo di Beethoven.
Successivamente, il manoscritto scompare nuovamente, considerato ormai perduto, riemerge, però, negli Stati Uniti, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Tale riscoperta permette al musicologo Erich Hertzmann di preparare una nuova e fondamentale edizione critica nel 1946, correggendo le imprecisioni delle prime pubblicazioni. Le ricerche di Hertzmann hanno inoltre evidenziato parallelismi strutturali con un movimento di un trio di Franz Joseph Haydn, dimostrando il forte legame di Beethoven, con i suoi mentori e il suo radicamento nella tradizione classica viennese.
Il pezzo costituisce un autoritratto del giovane compositore di Bonn, meno preoccupato di formalismi e più propenso all’esplorazione intuitiva ed al virtuosismo. Un’idea brillante, che rappresenta un aspetto più intimo e spregiudicato della propria personalità artistica, lasciata incompiuta ed inedita, messa da parte dall’autore, perché ritenuta inadatta al suo percorso di pubblicazione ufficiale. Ma, nonostante la complessa storia editoriale del manoscritto e la controversia legata alla doppia paternità di un titolo apocrifo ed accattivante, che trasforma la musica in una storia che il pubblico può immediatamente afferrare, l’opera si afferma come pezzo da concerto molto amato. La quasi totale scomparsa del titolo originale, a favore del soprannome popolare, dimostra il potere di un’interpretazione emotiva, che sfruttando un aneddoto legato alla composizione, riesce a cogliere l’essenza stilistica del pezzo, plasmando la sua ricezione critica ed interpretativa per quasi due secoli.
Nell’ambiente viennese della fine del XVIII secolo, crocevia di stili e fermenti artistici creativi, il giovane musicista intesse, nel suo pianoforte, echi del folklore ungherese e zingaro, trasfigurandoli in un linguaggio colto e personale. In questo Rondò, il virtuosismo scintillante s’ordisce con un’irriverente ironia, come se la collera innocua per il soldo perduto si riflettesse nella tessitura stessa della partitura, evocando un mondo in cui la tradizione popolare e l’inventiva del compositore si fondono in un continuum di energica ed audace arguzia musicale.
Dal punto di vista strutturale, l’opera si sviluppa secondo la forma classica del Rondò (ABACADA), nel tempo Allegro vivace, indicato da Beethoven. Il tema principale, brillante e giocoso, ritorna dopo episodi contrastanti che ne amplificano il carattere capriccioso. Si alternano scale fulminee, arpeggi vertiginosi e salti ampi, tessendo un virtuosismo che non è mero sfoggio tecnico, ma strumento di espressione emotiva. I repentini contrasti dinamici: improvvisi fortissimi – pianissimi e le modulazioni inattese accentuano l’ironia e la rabbia innocua evocata dal titolo. Le mani s’intessono in passaggi incrociati ed ornamenti brillanti, mentre l’armonia, pur radicata nel Sol maggiore, oscilla tra tonalità vicine e cromatismi momentanei, creando sorpresa e vivacità. Così, il Rondò unisce virtuosismo, capriccio e spirito ironico, incarnando perfettamente i contrasti emotivi e stilistici caratterizzanti il giovane artista.
Robert Schumann, negli Scritti sulla musica e sui musicisti (1854), pietra miliare della critica musicale romantica e della riflessione estetica dell’Ottocento, riassume bene l’effetto ironico di questo Rondò: «Sarebbe difficile trovare qualcosa di più vivace di questo Capriccio… È la più amabile e innocua delle ire, quella che si prova quando non si riesce a sfilarsi una scarpa dal piede». In altre parole, tutto, in questo Rondò all’ingharese quasi un Capriccio, rimane giocoso: le brusche impennate dinamiche vengono subito mitigate da passi leggeri o da pause drammatiche, come se Beethoven volesse far ridere, piuttosto che far paura.
Una scrittura pianistica che, pur nascendo da un pretesto minimo, trabocca di vitalità, ironia e grottesco, diventando teatro in miniatura, dove la rabbia per una piccola perdita assume i contorni di una tragedia buffa, che rivela nel dettaglio la comicità dell’esistenza: un soldo smarrito diventa metafora del nostro agitarsi quotidiano, della sproporzione tra piccole perdite e grandi tempeste interiori. Così, la collera innocua si trasforma in scintilla creativa, il virtuosismo diventa linguaggio dell’anima e l’ironia svela la mente di un genio che, già, allora sembrava attraversare i secoli. Beethoven non scrive solo note: forgia un universo sonoro, dove ogni passaggio vibra di vita, ogni salto armonico racconta un destino e ogni capriccio brilla, come un lampo eterno nel firmamento della musica.
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