L’attesa raccontata al pianoforte. Intervista a Francesca Cesaretti.

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di Michela Ianniciello

“Le Temps suspendu” è il primo album per pianoforte solo di Francesca Cesaretti, uscito nel 2025 per l’etichetta Ema Vinci. Racconta il sogno, la notte, l’attesa, attraverso i compositori francesi di inizio Novecento: Debussy, Satie, Messiaen, Poulenc, Chaminade, Casadesus, Alain, Schmitt e Séverac. Un progetto insolito e controcorrente, rispetto alle monografie oggi più in auge, che percorre nomi celebri e altri quasi dimenticati, tessendo un fil rouge attraverso le molteplici sfaccettature di questa tematica. L’autrice, pianista riminese classe 1981, ha fatto di questa dimensione non solo il centro di una ricerca artistica, ma uno stile di vita. Affianca all’attività concertistica il ruolo di referente, per la sede di Rimini, del progetto Donatori di Musica, dove coordina la rassegna “Un Piano per un Ospedale Forte” presso l’hospice dell’ospedale Infermi. Un’iniziativa, realizzata in collaborazione con AIL, in cui la musica abita il più delicato e profondo tempo di sospensione.

 

L’attesa è il filo conduttore che accompagna l’ascoltatore lungo tutto il disco. Cosa l’ha spinta a scegliere questa tematica?

Il progetto è nato durante la pandemia, un tempo forzato in cui non si poteva fare altro che stare, e in quel momento ho sentito il bisogno di una dimensione più raccolta con lo strumento. Da lì è nata l’idea di esplorare come questa sospensione fosse stata vissuta e tradotta in musica. Nella ricerca ho trovato declinazioni inaspettate: la visione romantica ed eterea di Debussy, in completo contrasto con quella notturna e inquieta di Messiaen. La malinconia di Alain, e la visione più solare di Chaminade e Séverac. Parallelamente a questi studi è nata la mia pratica meditativa. Del resto, credo sia sempre stata parte di me: suonare è già di per sé un atto di raccoglimento assoluto.

Quale criterio ha guidato la selezione dei brani e dei compositori presenti nel disco?

Ho optato per la forma dell’antologia perché mi permetteva di muovermi liberamente tra autori diversi. Accanto a nomi celebri come Debussy, Messiaen, Satie e Chaminade, ho scoperto figure meno note come Jehan Alain e Robert Casadesus. Ho analizzato molte partiture, cercando quelle più adatte alla mia mano e alla mia sensibilità musicale. L’obiettivo era costruire un itinerario intimo, in cui ogni brano potesse risuonare davvero con me stessa.

Com’è nata la sua passione per il pianoforte?

Lo amavo fin da bambina. A casa di mia nonna, all’interno delle mura del castello di Gradara, c’era un pianoforte antico. Io e le mie cugine ci giocavamo, e le persone che passavano si affacciavano per guardare: era quasi un’esperienza preconcertistica. I miei genitori, visto l’interesse, mi comprarono una tastiera con un manuale, pensando che potessi imparare da sola. Purtroppo non andò così, e poco dopo abbandonai tutto. A sedici anni, quasi per caso, ereditai uno strumento da una parente: lì ci fu la vera svolta. Chiesi ai miei di poter prendere lezioni private e intrapresi un percorso di studi che mi portò al conservatorio, fino alle lauree sia nell’indirizzo solistico che in musica da camera.

Ci parli del progetto Donatori di Musica: come si svolge la sua collaborazione con l’hospice e cosa rappresenta per lei questa esperienza?

A un certo punto avevo bisogno di fare qualcosa senza nessun tornaconto. Solo per dare. Ho attraversato tante realtà, concerti di beneficenza, case famiglia, comunità di recupero, e alla fine sono approdata all’hospice. Di solito Donatori di Musica opera nelle oncologie, dove c’è più risposta, si lotta con speranza per la vita. Nell’hospice c’è un’altra dimensione: è una soglia, un luogo di passaggio. Durante i concerti molte persone non riescono a lasciare le proprie stanze, non ci sono applausi, né un riscontro immediato. È il dono nella sua forma più pura. Ogni concerto è curato con la stessa attenzione di un festival vero: artisti di prestigio, programma di sala, diretta televisiva, buffet. Una volta all’anno portiamo la musica anche all’esterno, con l’evento “Affacciati alla finestra”, per condividere con l’intera città questa esperienza. Nel parcheggio dell’ospedale, sotto le finestre dei reparti, montiamo un palco con pianoforte a coda. Per qualche ora quello spazio si trasforma in una sala da concerto a cielo aperto.

Dove vive e lavora oggi, e quali sono i suoi obiettivi artistici per il futuro?

Svolgo la maggior parte delle attività nel mio studio affacciato sul mare di Rimini. La mia giornata è fatta prima di tutto di musica: almeno tre ore al pianoforte, perché quando non suono è come se mi mancasse il fiato. Poi c’è l’attività sui social, un’altra forma in cui posso esprimere la creatività. Mi è sempre piaciuta la fotografia, il montaggio video, e trovo stimolante poter comunicare attraverso linguaggi diversi. A queste ore si aggiungono le pratiche quotidiane di meditazione e sport, senza le quali non riuscirei a mantenermi concentrata su tutto il resto. Negli ultimi anni ho sentito il bisogno di ritrovare un rapporto più intimo con la musica, e questo primo disco da solista ne è il risultato. Sto già lavorando a progetti futuri. La ricerca continua, e ogni volta che mi siedo allo strumento sento che c’è ancora molto da scoprire, dentro la musica e dentro me stessa.

“Le Temps suspendu” di Francesca Cesaretti, Ema Vinci 2025, è disponibile sulle principali piattaforme digitali e in CD.

 

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