di Monica Argentino
Il nome di Francesco Filidei, organista e compositore nato a Pisa nel 1973 e oggi residente a Parigi, è tra i più importanti nell’ambito della composizione contemporanea. Le sue opere vengono rappresentate nei teatri più prestigiosi del mondo.
Quest’anno è tornato nella città di Stradivari, dove ha ricevuto il Cremona Musica Award per la composizione, un riconoscimento che premia il suo impegno nel rilancio dell’opera contemporanea italiana.
Come riesce a rendere contemporanee le sue opere liriche?
Quella operistica è una forma codificata: muoversi al suo interno è complesso ma stimolante. Montare un’opera di tre ore in pochi mesi richiede idee chiare e risorse ben definite. Il pubblico va a teatro per ascoltare i cantanti – è sempre stato così – ed è per questo che scrivo pensando agli interpreti, valorizzando le loro qualità vocali. Se le voci restano ancorate alla tradizione, il mio lavoro di ricerca si concentra sull’orchestrazione e sulla forma complessiva: la struttura, la costruzione e la sequenza delle scene. È lì che cerco di innovare.
Qual è il ruolo della letteratura nel suo lavoro?
Mi appoggio spesso a testi e ambientazioni del passato, come il Medioevo. Questo mi permette, tra l’altro, di giustificare l’assenza di amplificazione. La percezione del suono, infatti, è cambiata radicalmente da oltre un secolo. Oggi, una voce non amplificata ci appare automaticamente “antica”, perché non siamo più abituati ad ascoltarla così. Come accadeva nel cinema di Pasolini, togliere l’amplificazione significa spogliare il suono da ogni mediazione, rendere il corpo – e quindi la voce – più presente, più nudo. È qualcosa che solo il teatro può offrire. Penso al momento in cui un soprano canta un pianissimo acuto, e duemila persone restano in silenzio, sospese su quel filo di voce. Non è un silenzio imposto dai decibel, come in una discoteca, ma un silenzio condiviso per educazione, per ascolto. È un’esperienza collettiva rara, che ci fa sentire umanamente connessi in modo profondo.
Che messaggio vuole trasmettere con la sua musica?
Per me è importante non dimenticare le nostre radici e guardare al passato per capire chi siamo e dove vogliamo andare. Senza conoscere le fondamenta non si va avanti: si resta prigionieri del presente. Oggi viviamo in un mondo bombardato da immagini, dove conta solo l’attimo. Questo ci impedisce di costruire davvero il nostro domani. Realizzare un’opera richiede una prospettiva a lungo termine, è una sfida impegnativa, ma necessaria per ritrovare la consapevolezza del nostro percorso. Per questo parto sempre dal passato, recupero la tradizione e cerco di farla rivivere con le esigenze di oggi.
E poi andare a teatro ha un valore speciale: potrei dedicarmi alla realtà virtuale, ma non mi interessa. Credo che l’opera, con la sua natura di arte del passato, abbia tutta la forza della malinconia che i mezzi moderni non possiedono. Questa è la sua potenza: un’arte antica che continua a parlare al presente.
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