«SI FA LA GAVETTA!» Il paternalismo generazionale nella musica e la paralisi del talento in Italia.

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di Stefano Teani

Il mito della gavetta e la retorica del sacrificio

Recentemente, nella mia piccola città di provincia, un avvocato sessantenne mi ha citato questa massima con cui è stato educato durante i suoi primi anni lavorativi: «A me hanno insegnato che da 30 a 40 anni si lavora e non si guadagna, da 40 a 50 si lavora e si guadagna, da 50 a 60 non si lavora e si guadagna». Penso che possa assurgere a frase tipo dell’Italia gerontocratica.

Nel mondo artistico italiano – e in particolare in quello musicale – sopravvive una narrazione che si tramanda quasi come un catechismo: prima il dovere, poi (forse) il guadagno”. È un’idea interiorizzata da intere generazioni: il talento giovane deve “farsi le ossa”, spesso lavorando gratis, accettando precarietà e sfruttamento come tappe inevitabili di un percorso di legittimazione.

Tutto questo è racchiuso in frasi come quella sopra, che implicano un’equazione velenosa: il lavoro (in particolare quello creativo) non è degno di retribuzione finché non si è “anziani abbastanza” da meritarselo.

 

Un paternalismo culturale: origine e struttura del problema

Questo atteggiamento non è solo una mentalità: è un sistema. Si fonda su alcuni pilastri culturali:

 

  1. Gerontocrazia: l’Italia è uno dei paesi con l’età media più alta tra i dirigenti di istituzioni culturali e musicali (Istat, 2023).
  2. Meritocrazia ritardata: il talento non è premiato per ciò che produce, ma per quanto ha sofferto per produrlo.
  3. Paternalismo sistemico: le generazioni precedenti si arrogano il diritto di definire quando e se un giovane è “pronto” per essere riconosciuto, spesso sulla base di parametri opachi.

Come sottolinea il sociologo Andrea Colli (2021), in Italia il concetto di “gavetta” ha sostituito quello di investimento: non si punta sui giovani, li si addestra a essere grati di sopravvivere.

 

Il caso del settore musicale

Nel campo della musica classica, tutto ciò è particolarmente visibile:

 

  • I concorsi pubblici sono spesso blindati e rarissimi, con età d’accesso che penalizzano i più giovani.
  • I conservatori sono pieni di insegnanti a fine carriera che, pur talentuosi, trasmettono una pedagogia gerarchica e poco dinamica (Baroni, 2020).
  • I festival e le istituzioni musicali privilegiano nomi noti, “sicuri”, a scapito di nuovi linguaggi o emergenti.

Molti giovani compositori, interpreti e tecnici del suono si ritrovano a emigrare per lavorare in contesti che valorizzano la sperimentazione e il merito, come Berlino, Lione, Copenaghen, Amsterdam o gli Stati Uniti.

 

Cosa succede allestero (e perché funziona)

Nel mondo anglosassone e nordeuropeo, la situazione è diversa:

 

  • I musicisti vengono pagati fin da subito, anche per concerti minori o lavori di ensemble.
  • Le istituzioni culturali (come l’IRCAM di Parigi, la Royal Academy di Londra, o la Musikhochschule di Colonia) promuovono giovani artisti attraverso residenze, borse e mentoring, non attraverso gerarchie autoritarie.
  • L’età non è un criterio di valore: se sei bravo, lavori. Tant’è che, in questi Paesi, si possono trovare giovani fra i 20 e i 30 anni a ricoprire ruoli apicali in istituzioni di vario tipo, cosa impensabile in Italia.

 

Questo approccio genera un ambiente più competitivo, ma anche più aperto e innovativo, in cui il talento è una risorsa da coltivare e non una minaccia da tenere a bada.

 

Le conseguenze del paternalismo: un disastro economico e culturale

 

  1. Fuga di cervelli: secondo l’Istat (2022), l’Italia perde ogni anno oltre 15.000 giovani professionisti del settore culturale.
  2. Bassa produttività culturale: la burocrazia, le baronie e l’assenza di meritocrazia scoraggiano la sperimentazione (Settis, 2021).
  3. Impoverimento sociale: senza giovani, la musica classica invecchia. E quando il pubblico muore, muore anche l’industria.

Inoltre, l’accettazione sociale dello sfruttamento giovanile è tossica: genera frustrazione, depressione e disillusione. Studi di psicologia del lavoro (Fonzi & Pizzi, 2019) mostrano come la mancanza di riconoscimento economico nel lavoro creativo sia correlata a burnout e abbandono precoce della carriera.

 

Una proposta: ribaltare la logica

 

  • Basta farsi le ossa” gratis. Ogni lavoro culturale merita compenso.
  • Investire su giovani artisti come risorse, non come allievi eterni.
  • Riformare i conservatori e i centri di produzione culturale con criteri trasparenti, etici e accessibili.
  • Dare spazio a nuove voci, anche quando sono scomode, fragili o non conformi.

Conclusione: il tempo è ora

Il paternalismo musicale italiano è più di una questione di gusti: è un freno strutturale allo sviluppo culturale del Paese. Finché continueremo a dire “così mi hanno insegnato”, ci precluderemo il futuro.

Come disse Claudio Abbado:

“La musica ha bisogno di giovani, non di padroni.”

 

Riferimenti bibliografici

  • Baroni, S. (2020). Insegnare musica oggi: sfide pedagogiche e contesti istituzionali. FrancoAngeli.
  • Colli, A. (2021). Il lavoro culturale in Italia: tra precariato e vocazione. Laterza.
  • Fonzi, V., & Pizzi, A. (2019). Il lavoro creativo e il burnout: uno studio sul riconoscimento sociale. Rivista di Psicologia del Lavoro.
  • Istat (2022). Migrazioni interne e mobilità intellettuale.
  • Settis, S. (2021). Cultura e democrazia: un rapporto da ricostruire. Il Mulino.
  • OECD (2021). Cultural employment in Europe: trends and statistics.
  • UNESCO (2020). Reshaping Policies for Creativity.

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